Franz Kafka, 1920
24 Ottobre 2008Il mondo degli uomini confezionati è un inferno, una fossa di letame puzzolente, un nido di cimici.
Il mondo degli uomini confezionati è un inferno, una fossa di letame puzzolente, un nido di cimici.
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello
che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a
molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento
continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno,
non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Dal momento in cui si dice qualcosa, si opera in senso contrario rispetto all’indistinguibilità delle cose, si perde di vista il loro fondo comune e, disgiungendo ogni cosi, lo si imprigiona e irrigidisce. Dire è scegliere, dire è spezzare; ciò facendo, si «offuscano» l’indelimitabilità e l’indissociabilità del corso - della «via» - che si estende continuamente da tutti i lati, su di uno stesso piano (l’esistenza), dunque senza più spigolo, e nemmeno biforcazione o lato: infatti senza privilegiare niente - senza mettere niente in rilievo - e senza separare niente, la via può fare esistere tutto (coesistere: il «mondo»). Quando si oppone la parola alla saggezza, ne deriva una conseguenza del tutto naturale. Una esclude l’altra. E solo «se non si parla» che si riesce a «(ri)mettere tutto su di uno stesso piano», su di un piede di uguaglianza. Dal momento in cui si parla, invece, «tutto non è più sullo stesso piano»: qualunque affermazione recisa, in sé, è un partito preso e, di conseguenza, si instaura una differenza che va a costituire l’alveo delle preferenze; la parola introduce una «parzialità» che si traduce nell’essere di parte. Ogni dire in effetti mette in risalto qualcosa, e in tal modo comporta l’abbandono del carattere piano, «uguale», dell’esistenza. Piano di fondo - indifferenziato.
Al di sotto di ogni «divisione» va ricercato l’indiviso, proprio come al di sotto di ogni discussione va ricercato l’indiscusso: quel fondo di armonia silenziosa dai cui provengono tutte le divisioni - da cui provengono tutti i suoni - e che costituisce anche il loro fondo d’intesa, solo a partire dal quale esse si comprendono.
Portare l’attenzione a non focalizzarsi e, di conseguenza, favorire una «distensione» dell’apprensione: infatti è nella «disinvoltura» che risiede l’intelligenza.
Quando si parla degli eremiti si presume sempre troppo. Si pensa che la gente sappia di cosa si tratta. No, non lo sa. Non ha mai visto un eremita, lo ha soltanto odiato senza conoscerlo. Sono stati i suoi vicini a logorarlo, e le voci nella stanza accanto a tentarlo. Hanno aizzato le cose contro di lui perché facessero rumore e lo soverchiassero. I bambini si coalizzavano contro di lui, perché era delicato e bambino, e ogni volta che cresceva cresceva contro i già cresciuti. Lo braccavano nel suo nascondiglio come una preda, e la sua lunga giovinezza non conobbe periodi di tregua. E se resisteva allo sfinimento riuscendo a fuggire, allora gridavano contro quanto veniva da lui, lo definivano brutto e lo rendevano sospetto. E se lui non vi prestava ascolto, diventavano più sfrontati e mangiavano il suo cibo e respiravano la sua aria e sputavano sulla sua povertà per rendergliela ripugnante. Gettavano su di lui il discredito come su un appestato e gli scagliavano addosso le pietre perché si allontanasse più in fretta. E avevano ragione, nel loro istinto primitivo: perché egli era davvero il loro nemico. Ma poi, vedendo che non alzava lo sguardo, cominciarono a riflettere. Sospettarono d’aver fatto, in questo modo, proprio la sua volontà; di averlo rafforzato nella sua solitudine e aiutato a isolarsi da loro per sempre. Allora cambiarono all’improvviso e ricorsero al mezzo ultimo, estremo, l’altro ostacolo: la fama. E a quel chiasso quasi tutti alzarono gli occhi e si lasciarono distrarre.
Ancora non capivo la fama, questa pubblica demolizione di un essere in divenire, nel cui cantiere la folla irrompe per scompaginargli le pietre. O giovane sconosciuto in cui cresce qualcosa che ti fa rabbrividire, rimani ignoto. E se ti contraddicono quelli che non ti considerano, se ti abbandonano quelli che tu frequenti, se ti vogliono annientare a causa dei pensieri che ami, cos’è questo rischio palese e rinsaldante paragonato alla scaltra ostilità della fama, che più tardi, diffondendoti, ti rende inoffensivo? Non pregare nessuno di parlare di te, neppure in tono dispregiativo. E se il tempo passa e ti accorgi che il tuo nome si è propagato tra la gente, non prenderlo più seriamente di quanto altro trovi sulle loro bocche. Pensa: è diventato scadente, liberatene. Scegline uno diverso, uno qualsiasi con cui Dio possa chiamarti di notte. E celalo a tutti. Tu, il più solitario, il più appartato, come hanno rincorso la tua fama. Quanto tempo è passato da quando erano contro di te, irriducibili, e ora
ti frequentano come un loro simile. E portano con sé le tue parole nelle gabbie della loro boria e le mettono in mostra sulle piazze e le aizzano
un po’ restando al riparo. Tutte le tue terribili belve.
Un libro non ha né oggetto né soggetto, è fatto di materie diversamente formate, di date e di velocità molto differenti. In un libro, come in ogni cosa, ci sono linee di articolazione o di segmentarità, strati, territorialità; ma anche linee di fuga, movimenti di deterritorializzazione e di destratificazione. Non c’è differenza tra ciò di cui un libro parla e la maniera in cui è fatto. Il libro non ha più nemmeno oggetto. In quanto concatenamento, è se stesso solamente in connessione con altri concatenamenti, in rapporto con altri corpi senza organi. Non si domanderà mai quel che un libro vuole dire, significato o significante, non si cercherà niente da capire in un libro. Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare, perfino delle contrade a venire. Il libro non è un’immagine del mondo secondo una credenza radicata. Fa rizoma con il mondo, c’è evoluzione aparallela del libro e del mondo, il libro assicura la deterritorializzazione del
mondo, ma il mondo opera una riterritorializzazione del libro, che si deterritorializza a sua volta in se stesso e nel mondo (se ne è capace
e se può farlo).
I wish I had a talking book
That told me how to act and look
A talking book that contained keys
To past and present memories
A talking book that said your name
So if you were gone, youd still remain
More than a picture on a shelf
In imagination I could touch
I wish I had a talking book
Filled with buttons you could push
Containing looks and sights, your touch
Your feel, your breath, your sounds, your sighs
How much Id bluster to ask it why
One must live and one must die
I wish I had a talking book
By my side so I could look
And touch and feel and dream, a look
Much bigger than a talking book
A taste of loving future and past
Is that so much to really ask
In this one moments time and space
Can our love really be replaced
By a talking book
Certo, ci si sente turbati nel vedere così tanti uomini che disputano attorno ai concetti come cani attorno a un vecchio osso, e non si ha il coraggio di considerare tutta questa attività come se non fosse nulla.
Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è.
Come genitori, la nostra incapacità di educarli per il successo fu
l’unico aspetto in cui non venimmo meno al nostro dovere - il nostro unico autentico.
Many years ago, I sat one day, in a sad enough mood, on the slopes of the Laurenziberg (Petrin)… I went over the wishes that I wanted to realise in life. I found that the most important or the most delightful was the wish to attain a view of life (and - this was necessarily bound up with it - to convince others of it in writing), in which life, while still retaining its natural full-bodied rise and fall, would simultaneously be recognised no less clearly as a nothing, a dream, a dim hovering. A beautiful wish, perhaps, if I had wished it rightly. Considered as a wish, somewhat as if one were to hammer together a table with painful and methodical technical efficiency, and simultaneously do nothing at all, and not in such a way that people could say: “Hammering a table together is nothing to him,” but rather “Hammering a table together is really hammering a table together to him, but at the same time it is nothing,” whereby certainly the hammering would have become still bolder, still surer, still more real, and if you will, still more senseless. But he could not wish in this fashion, for his wish was not a wish, but only a vindication of nothingness, a justification of non-entity, a touch of animation which he wanted to lend to non-entity, in which at that time he had scarcely taken his first few conscious steps, but which he already felt as his element. It was a sort
of farewell that he took from the elusive world of youth; although youth
had never directly deceived them, but only caused him to be deceived by the utterances of all the authorities he had around him. So is explained the necessity of his “wish”.